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L’Iran ha un nuovo Presidente: l’ultraconservatore Raisi vince tra astensione e timori per il futuro

4 ' di lettura

Il 18 giugno si sono svolte in Iran le elezioni presidenziali. Come ampiamente previsto, il voto ha sancito la vittoria dell’ultraconservatore Ebrahim Raisi, eletto con il 61,9% dei consensi in una consultazione segnata dall’affluenza più bassa nella storia della Repubblica (48,8%). La vittoria di Raisi pone fine a otto anni di governo moderato ed è vista con paura e preoccupazione da buona parte della comunità internazionale, soprattutto in Occidente.

Per comprendere il significato di queste elezioni è però necessario conoscere il complesso assetto istituzionale dell’Iran, una Repubblica Islamica nata nel ‘79 e basata sul principio del potere clericale assoluto («velayat-e faqih»). Tale principio stabilisce che il potere politico sia esercitato direttamente dal giurisperito religioso in quanto esperto della legge («shari’a»), emanata direttamente da Dio. In base alla Costituzione promulgata alla nascita della Repubblica, l’Iran ha un sistema politico ibrido fondato su una doppia legittimazione, una popolare e una religiosa, in cui poteri e istituzioni sono articolati come segue:

Come mostra l’immagine, le due figure più importanti dell’assetto istituzionale iraniano sono la Guida Suprema e il Presidente della Repubblica. Quest’ultimo è eletto a suffragio universale dal popolo, ma ha poteri piuttosto limitati: è a capo del Governo, ma le decisioni più importanti, come quelle di sicurezza nazionale o di politica estera, devono sempre essere approvate dalla Guida Suprema. Il Presidente, inoltre, non ha nessuna autorità sui Guardiani della rivoluzione (i cosiddetti «Pasdaran»), né sull’apparato giudiziario. In altre parole, quello iraniano è un regime autoritario di stampo religioso in cui il potere è sostanzialmente nelle mani della Guida Suprema.

Le elezioni

È in questo quadro istituzionale che si inseriscono le elezioni di venerdì scorso. Elezioni che, come spesso accade in Medio Oriente, non hanno brillato per democraticità e libertà. Questo si deve soprattutto al rigido sistema di selezione dei candidati, che di fatto permette al regime di determinare a priori l’esito delle elezioni. La Costituzione iraniana, infatti, prevede che a concorrere alle elezioni siano solamente i candidati approvati dal Consiglio dei Guardiani, un organo di controllo costituzionale storicamente vicino agli ambienti più conservatori del Paese.

Questo sistema ha fatto sì che dei 593 aspiranti candidati, soltanto 7 abbiano potuto effettivamente concorrere alla carica di Presidente, ridottisi poi a 4 (Ebrahim Raisi, Amir Hossein Ghazizadeh Hashemi, Mohsen Rezaei e Abdolnasser Hemmati) a causa di alcune defezioni dell’ultimo minuto. Tra questi ritiri, dettati essenzialmente dalla consapevolezza di non avere nessuna oggettiva possibilità di vittoria, il più significativo è stato quello di Mohsen Mehralizadeh, considerato l’unico vero riformista fra i candidati nonché il possibile erede del Presidente uscente Hassan Rouhani – quest’ultimo impossibilitato a ricandidarsi a causa del limite di due mandati imposto dalla Costituzione. Le decisioni del Consiglio hanno di fatto escluso dalla competizione elettorale i più importanti candidati riformisti e moderati, suscitando lo sdegno dell’elettorato che infatti ha disertato le elezioni.

Da sinistra a destra: Abdolnasser Hemmati, Mohsen Rezaei, Amir Hossein Ghazizadeh Hashemi, Ebrahim Raisi

In una situazione di questo tipo, alla vigilia delle elezioni la vittoria di Raisi era data praticamente per certa, sia pur con qualche cautela per via dell’inaspettato protagonismo di Abdolnaser Hemmati, moderato ed ex-direttore della Banca centrale. Le sue possibilità di vittoria sono state però vanificate dalla scarsa affluenza alle urne, soprattutto da parte dell’elettorato non conservatore, che gli ha permesso di ottenere solo l’8,3% dei consensi.

Chi è Ebrahim Raisi

Ultraconservatore e candidato fortemente sostenuto dall’ayatollah Khamenei – l’attuale Guida Suprema –, Ebrahim Raisi è esattamente il tipo di Presidente con cui l’Occidente temeva di doversi rapportare. Classe 1960, Raisi può vantare una lunga carriera in posizioni di prestigio: appena ventenne venne nominato procuratore generale di Karaj (uno sobborgo di Teheran), per poi diventare procuratore capo della capitale dall’89 al ’94, vice capo della magistratura nel 2004 e in seguito procuratore generale. Inoltre, nel 2016 venne posto alla guida della «Astan Quds Razavi», una delle principali fondazioni religiose del Paese, e nel 2019 divenne capo della magistratura. Attualmente è anche membro dell’Assemblea degli Esperti, l’organo che ha il compito di eleggere la Guida Suprema.

La figura di Ebrahim Raisi è però anche legata alle numerose – oltre 30mila – esecuzioni extra-giudiziali avvenute per suo ordine, che gli hanno garantito l’appellativo di «macellaio di Teheran». Particolarmente rilevante e controversa è poi la sua partecipazione alla «Commissione della morte», il tribunale speciale voluto dall’ayatollah Khomeini che nel 1988 ordinò l’esecuzione di migliaia di prigionieri, dissidenti e combattenti nemici. A completare il ritratto di questo politico estremista è infine un suo singolare primato: è il primo Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran ad essere stato sanzionato dagli USA prima dell’inizio del suo mandato, che prenderà ufficialmente avvio il prossimo 3 agosto.

La vittoria di Raisi accelera i negoziati sul nucleare iraniano

Questa è la più immediata e importante conseguenza delle presidenziali di venerdì. La questione del nucleare era tornata alla ribalta negli ultimi mesi con l’inizio, lo scorso aprile, dei negoziati di Vienna per il ripristino dell’accordo sul nucleare iraniano. Il JCPOA («Joint Comprehensive Plan of Action») era stato firmato nel 2015 dall’Iran e dai Paesi del cosiddetto gruppo «5 +1», ovvero i cinque Paesi con diritto di veto al Consiglio di sicurezza dell’ONU (USA, Regno Unito, Francia, Russia, Cina) più la Germania. In estrema sintesi, l’accordo prevedeva il rallentamento del programma nucleare militare iraniano in cambio della rimozione di parte delle sanzioni internazionali imposte a Teheran.

Il progetto era poi naufragato nel 2018 quando, per volere di Donald Trump, gli USA erano usciti unilateralmente dall’accordo imponendo anche pesanti sanzioni all’Iran che, per tutta risposta, iniziò a violare progressivamente i termini del trattato. La situazione si era poi arenata in uno stallo in cui USA e Iran attendevano invano un primo passo dalla controparte: per tornare al dialogo, l’Iran ha sempre preteso la rimozione delle sanzioni imposte da Trump, mentre gli USA hanno sempre preteso l’interruzione delle violazioni dell’accordo da parte di Teheran. I negoziati in corso a Vienna, sebbene indiretti – i due Paesi si parlano solo tramite intermediari –, hanno l’obiettivo di riportare USA e Iran al pieno rispetto del JCPOA e rappresentano un importante tentativo di distensione dei rapporti tra i due Paesi.

L’elezione di Raisi ha però cambiato le carte in tavola e ha imposto, a entrambe le parti, un obiettivo improrogabile: raggiungere un accordo prima dell’insediamento di Raisi. I motivi sono piuttosto semplici: Biden non può permettersi di sedersi, neppure indirettamente, al tavolo delle trattative con un politico sanzionato dal suo Paese; Rouahni, invece, sa bene che i conservatori che si insedieranno dopo di lui non hanno interesse a dialogare con gli USA, dato che per anni hanno recriminato al regime di essersi stoltamente fidato degli occidentali ottenendo in cambio solo sanzioni che, di fatto, hanno affossato l’economia iraniana. Come se la situazione non fosse già abbastanza complicata, sui negoziati di Vienna incombe anche la scadenza, prevista per il prossimo 24 luglio, dell’autorizzazione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) a monitorare l’attività nucleare iraniana.

Insomma, mai come ora il tempo stringe. E di questo sono perfettamente consapevoli a Vienna dove, al termine del sesto round di colloqui – conclusosi dopo l’elezione di Raisi – i negoziatori hanno dichiarato di essere «più che mai vicini a un accordo». Se le trattative avranno esito positivo lo scopriremo solo nelle prossime settimane. Il vero problema, però, è che potrebbero anche non essere risolutive. Del resto, anche con un accordo raggiunto entro agosto, chi o cosa assicura che il nuovo Governo iraniano lo rispetterà?

Giulia Battista

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