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Nazionali falliche

2 ' di lettura

Molti amano il calcio.
Quanti sono cresciuti dietro un pallone – era una caccia, si fiutava l’avversario, poi si colpisce la palla nei modi più impensabili pur di metterla dentro. La cosa più importante, tra le cose non importanti, si ripete negli ambienti amatoriali. Senza considerare il valore iconico che il calcio riveste nella nostra società, la capacità che in quanto sport popolare ha di mettere tutti d’accordo. Si impara a usare la grinta, a smussare la rabbia, o quando arrivava il momento di fermarsi, e come sentire il corpo esaurirsi nello spazio di una partita. Si inizia davanti casa, col vicino di pianerottolo, con i compagni poi. Giocavo anch’io, una ragazza in un paese di provincia. E sono sempre stata accolta. Diversa, ma accolta. Non era facile giocare ed essere pure femmina, ma solo da un certo momento in poi. Finché sei bambina, non senti alcuna differenza.
Non c’è stato modo di continuare a praticare il calcio, ma ho continuato a seguirlo e amarlo per anni.

Ieri Aurora Leone, membro gruppo dei The Jackal, si è presentata su invito all’evento della vigilia della Partita del Cuore, evento calcistico con finalità benefiche che si tiene ogni anno in Italia e vede protagonista la Nazionale italiana cantanti contro una squadra di una determinata categoria. Quel tipo di evento oggi forse un po’ stucchevole, in cui si portano in campo le gag più che il calcio, perché il fine non è certo giocare ma divertire. Stasera alle 21, Aurora sarebbe dovuta scendere in campo come gli altri, ma non ci sarà.
Ha spiegato il perché in un lungo video sui suoi profili social, insieme a Ciro Priello, con cui avrebbe condiviso la presenza alla partita. Due organizzatori dello staff le avrebbero impedito di sedersi al tavolo degli uomini, indicandole piuttosto una tavolata femminile. “Ma mi hanno pure mandato il completino per la partita di domani” – ha provato a spiegare. “Puoi metterlo in tribuna” – le avrebbero risposto – Non farcelo spiegare, sei donna”.

Donna, sì. Perciò andava bene nel 2000 in uno sperduto paesino della provincia di Palermo che una ragazzina giocasse a calcio, ma non ora nella seducente modernità.
Stasera le icone della musica italiana, sorridenti, magari con qualche capello bianco in più, riempiranno i nostri schermi delle loro gambette affaticate, qualche scatto dopo il quale non rientreranno in difesa, riempiranno così il rettangolo verde per 90 minuti e useranno la loro popolarità per spingere la gente a contribuire a una causa di beneficienza.
Mette un po’ tristezza, a dire il vero. Perché nessuno canta e nessuno gioca a calcio soprattutto, ma siccome c’è una buona causa di mezzo, allora va bene.

Insomma, la Partita del Cuore è un evento che si regge su tutti gli stereotipi possibili: il calcio, i maschi, e qualche sparuto spettatore in tribuna a issare una vecchia bandiera d’Italia mentre le casse dello stadio trasmettono Notti magiche. È una causa per la quale chiunque apre le porte.
Chissà come se la passeranno gli organizzatori che hanno espulso Aurora prima ancora che entrasse in campo. Intanto, il dirigente della Nazionale Cantanti Gianluca Pecchini si è dimesso, in attesa di fare luce sui fatti. Ramazzotti, Ruggieri e altri a ruota, hanno preso le distanze da quelle parole, ribadendo che “lì nessuno è sessista, non perdiamo di vista l’intento della serata” (quello benefico).
Solo che, nel frattempo, la serata ha perso il suo senso abbondantemente, se la beneficienza viene raccontata ancora allo stesso modo dopo vent’anni. Vecchie istituzioni, come è vecchia l’Italia tutta che non coniuga mai i modi e i tempi giusti.

Ma magari, per una volta, se perdiamo di vista un senso, ne troviamo un altro: come una ragazza seduta al tavolo delle celebrità maschie, senza che questo rappresenti un problema per qualcuno.
Qualcosa è andato storto Aurora o siamo storti noi, anzi, scissi. Ancora una volta c’è la parola di chi si indigna e prova a raccontare il disagio che che siamo stanchi di provare. E poi ci sono quelli imbarazzati, spiazzati, straniti, persi, che pensavano di fare beneficienza e invece, si sono ritrovati nelle tele tessute dal loro stesso inconsapevole machismo.

Sofia D’Arrigo

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