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Il Maestro da cui avremmo voluto imparare ancora

1 ' di lettura

«L’evento straordinario e nefasto, ancorché piacevolmente strabuzzino, è la morte. Un giorno morirò senza rumore, accederò a spazi esoterici e sinottici, muovendomi in condizioni siderurgiche e negoziali. Addio mondo, dirò allora. Sono morto forever». Questo diceva Franco Battiato ad Aldo Nove nella sua biografia uscita appena un anno fa. E con una frase sola riusciva a trascinare nel suo mondo filosofico e spirituale fatto di mondi lontanissimi, di civiltà sepolte, di continenti alla deriva. L’hanno sempre chiamato “Maestro”, d’altronde, e come tale ci ha insegnato le danze sufi dei dervisches tourneurs che girano sulle spine dorsali, così come ci ha aperto gli occhi su quanto sia difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire. Ha dipinto quadri di surreale bellezza con parole e suoni ispirati da chissà quale mistica visione, e ha descritto questi sentimenti popolari in maniera eterea, superando le correnti gravitazionali. Non lo so se c’è un posto dove ora possa riposare discutendo di shivaismo tantrico di stile dionisiaco, ma se è vero che “i maestri sono fatti per essere mangiati” – nonostante il suo ripugnare la sarcofagia – si può dire che Battiato possa sfamarci per migliaia di altri strani giorni ancora, e per questo non possiamo fare altro che ringraziarlo.

Mario Mucedola

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