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Di che pasta siamo fatti? L’opinione di Mariagrazia Villa

5 ' di lettura

La pasta. Che sia fresca o in busta, in ogni parte del mondo rimane simbolo indiscusso di italianità. Migliore amica dei fuorisede, con il condimento preparato da mamma, fa sentire subito a casa, e peggior nemica degli italiani all’estero. Negli anni i divertenti aneddoti sul maltrattamento al nostro alimento preferito, simbolo nazionale, sono stati molti. Il suo profumo ci ricorda casa, ovunque essa sia, dove un piatto in più per noi non mancherà mai. La pasta è un piatto che mette tutti d’accordo, crea senso di famiglia e unione. La domanda che ci siamo posti è: “come è cambiato, se lo ha fatto, il nostro rapporto con la pasta nel corso del 2020?”

Secondo l’elaborazione dati Iri dell’Unione Italiana Food gli italiani hanno comprato 50 milioni di confezioni di pasta in più nel 2020, e i consumi sono aumentati del 5,5% in termini di volume con dei picchi durante il lockdown. 

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Le parole dell’esperta

A chiarire la questione più nel dettaglio è Mariagrazia Villa, giornalista, foodwriter, autrice, communication & ethics coach e docente universitaria di etica dei media e deontologia allo IUSVE di Venezia e Verona e di giornalismo enogastronomico e food writing all’Università degli studi di Parma.

Una ricerca evidenzia che in questo ultimo anno è aumentato notevolmente il consumo di pasta. Secondo le sue conoscenze e la pregressa carriera in Barilla, quali sono i motivi principali di tale incremento?

Certamente questo aumento nel consumo di pasta va messo in relazione con l’emergenza sanitaria da Covid-19 che ha determinato nel nostro Paese lunghi periodi di lockdown. Anzitutto, la pasta, come tutti i carboidrati, possiede un alto potere compensatorio, a livello psicologico. Come osservava Filippo Tommaso Marinetti, il padre del Futurismo italiano, la pasta dona “la triste soddisfazione di tappare un buco nero”. Pertanto, in situazioni di voragini interiori, due spaghetti al pomodoro o una carbonara possono far sentire immediatamente meglio. Inoltre, la pasta è uno dei fiori all’occhiello della tradizione gastronomica italiana e, in un anno in cui la vita è tornata a essere più in famiglia, il bisogno di stringersi attorno a un piatto delle proprie origini si è fatto più forte e ha dato senso di unione e comunità. Infine, la pasta è una sorta di Lego della gastronomia: si possono creare infinite combinazioni, in base agli ingredienti, e costruire piatti particolarmente gustosi. E, in un momento di privazioni sociali, poter gustare qualcosa di sfizioso è senz’altro più appagante, per il palato, che condannarsi a una dieta ascetica.

In un periodo di crisi, il basso costo di alcuni marchi può essere ritenuto un ulteriore motivo?

Sì. Per chi debba fare i conti con un budget limitato, la scelta della pasta come alimento risulta ottima perché si tratta di un prodotto a prezzo contenuto e altamente saziante. Poi, tra i marchi di pasta, quelli che costano meno sono senz’altro i preferiti, in tempi di crisi economica.

Pensa che i giovani siano più propensi al consumo giornaliero di pasta perché reputato un piatto pratico e veloce?

Indubbiamente, la pasta è un piatto pratico e veloce, ma consente anche molta creatività e versatilità e questo aspetto credo che sia particolarmente apprezzato dai giovani. Basta cambiare un ingrediente e, sorpresa, si può avere ogni giorno un piatto diverso.

Alcune pubblicità di marketing sulla pasta non si rivolgono ad alcune fasce di età? Perché?

Ogni brand ha determinate target audience per le proprie campagne pubblicitarie. Di certo, i principali pubblici di riferimento, per il mercato italiano, rimangono gli adulti dai 30 ai 40 anni, inseriti in un nucleo famigliare. La pasta è ancora oggi vissuta come un prodotto che si consuma coi propri familiari.

Pensa che l’aumento del consumo di pasta sia legato anche alle molteplici tipologie di alimentazione che ci sono oggi? 

Nel momento in cui, per le persone, aumentano gli stili alimentari disponibili, la tradizione acquista valore. Penso che sia questo il motivo del perché la pasta, tipico piatto tricolore, sia oggi tornata in auge. O, forse, se si escludono gli anni Settanta del Novecento, in cui girava la bufala che la pasta facesse ingrassare, non abbia mai smesso di essere apprezzata. Insomma: più la cucina si fa globale, più si rivalutano i piatti locali.

La pasta integrale, ai legumi, al grano saraceno, contribuiscono al fenomeno?

Senz’altro sì. Molti brand nel mercato della pasta stanno lanciando prodotti arricchiti con farine di cereali antichi, legumi e quant’altro. In parte, per attirare l’attenzione dei consumatori con la novità e invogliarli all’acquisto, in parte, per rendere la pasta un’esperienza gastronomica più ricca di sostanze nutritive. Per esempio: una pasta con farina di legumi può diventare un piatto completo, sotto l’aspetto proteico, per i consumatori vegani e vegetariani, peraltro oggi sempre più numerosi, soprattutto tra i giovani.

Barilla punta al concetto di famiglia e convivialità, la mission dell’azienda è sempre stata questa? Perché? 

Ogni azienda sceglie la propria mission, e Barilla ha scelto, fin dall’inizio, questa. Credo che mettere il prodotto pasta in relazione alla famiglia e alla convivialità sia stato vincente, in termini di marketing, perché si è saputo unire la personalità di questo cibo con le esigenze dei consumatori. Un piatto di pasta lo prepari più volentieri se lo puoi condividere con qualcuno, giusto? Semmai, oggi Barilla potrebbe considerare di ampliare la propria mission, allargando l’idea di famiglia cui riferirsi, nell’ottica di una maggiore inclusività: rimane ancora un nucleo famigliare molto tradizionale, mentre sappiamo che la società sta cambiando e, soprattutto, che il piacere di un piatto di pasta non guarda in faccia lo stato civile di chi lo gusta.

Ricollegandoci all’unione familiare, secondo lei il consumo di pasta è aumentato anche in relazione alla famiglia con cui si è trascorso il lockdown?

Penso di sì. In particolare, nel 2020 sono aumentati i casi in cui le famiglie hanno deciso di prepararsi in casa la pasta e di non acquistarla già pronta. È stata un’occasione per ritrovarsi tutti insieme attorno alla spianatoia, a impastare e chiacchierare.

La ricerca e l’analisi del fenomeno

I risultati dell’indagine mostrano che: del campione di 552 individui hanno risposto più donne che uomini, di età compresa tra i 18-25 (32,6%) 25-44 (51,1%) e 45-65 (15,4%). Il 61,2% sostiene che il proprio rapporto con la pasta sia cambiato nell’ultimo anno, mentre il 54,4% mangia pasta più di tre volte a settimana nonostante la pasta non sia l’alimento prediletto rispetto ad altri.

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Il 63,4% ha provato altre tipologie di pasta

Le pubblicità non sembrano influenzare particolarmente i consumatori del campione mentre il carboidrato non è nemico delle diete in modo permanente.

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La pasta suscita sentimenti positivi nel 67,8%, e molti hanno fatto la pasta fresca in casa perché è più buona, più veloce e considerata più “naturale” (337). La pasta fa venire in mente prevalentemente i concetti di famiglia, fame, compagnia, felicità e routine. 

I dati mostrano come il sentimento verso la pasta sia cambiato nell’ultimo anno, soprattutto ha modificato alcune abitudini alimentari e di come l’aumento del tempo trascorso in casa abbia portato una buona percentuale di persone a produrla a mano. Confermano la ricerca di un momento da condividere in famiglia, recuperando un’ abitudine tipica di un tempo passato, sicuramente antecedente alla pandemia.

Non per ultima, la questione del prezzo può essere considerata un fattore determinante relativo all’aumento del consumo di pasta: sempre più persone si sono trovate in una situazione di crisi e la pasta, si sa, è un alimento che soddisfa lo stomaco di una famiglia intera, a un costo anche piuttosto basso.  

Google Trends evidenza il netto incremento della ricerca del termine “pasta”, negli ultimi cinque anni, nel periodo tra marzo e giugno 2020, a dimostrazione del fatto che la pandemia abbia contribuito notevolmente non solo all’aumento del consumo, ma anche alla discussione sull’argomento. Il passato riemerge e si proietta al futuro. Le nostre nonne compravano la pasta sfusa sotto casa o la facevano a mano per non sprecare nulla: oggi il nostro rapporto con la pasta è sicuramente più industriale ma qualcosa sta cambiando. Un esempio sono i negozi alla spina e senza imballaggi, come Sfusitlia, anti spreco e zero waste, ovvero senza imballaggio in plastica a bassissimo impatto ambientale. Davanti ai consumatori ci sono sempre più varianti di pasta e scelte di acquisto e consumo sempre più sostenibili. 

Valentina Brioccia, Giulia Cerami

One Comment

  1. Mario Mario 25 Aprile, 2021

    Quando le persone hanno paura del futuro, si trovano pochi soldi in tasca, comprano i prodotti che costano meno per tenere occupato lo stomaco. Fine della storia. Proviamo tra due anni a vedere se il consumo di pasta è aumentato o meno. Senza tanti giri di parole e citazioni dotte in due righe ti ho già fatto l’analisi.

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