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Aung San Suu Kyi è nuovamente nelle mani dell’esercito

3 ' di lettura

È dello scorso primo febbraio la notizia dell’arresto Aung San Suu Kyi, politica birmana, premio Nobel per la pace nel 1991, presidente della Lega Nazionale per la Democrazia  e Consigliere di Stato della Birmania in carica dal 2011. Insieme a lei anche il presidente Win Myint.

I fatti del Myanmar

 Fattore scatenante pare essere stata la vittoria netta della LND alle elezioni legislative del novembre scorso. Il Partito dell’Unione della Solidarietà e dello Sviluppo, suo antagonista nella corsa delle elezioni, conquista pochi seggi e il 26 gennaio il generale Min Aung Hlaing ne contesta i risultati, chiedendone una verifica che viene però immediatamente smentita. Con questo pretesto di irregolarità Aung San Suu Kyi viene imprigionata e in Myanmar immediatamente viene proclamato lo stato d’emergenza e il potere passa, automaticamente, nelle mani di Min Aung Hlaing, presidente ad interim. Nelle ore immediatamente successive al golpe l’accesso a internet viene ostracizzato, così come quello ai principali social network.  

Le enormi irregolarità di cui il partito viene accusato minerebbero il corso della democrazia, questo è ciò che afferma Min Aung Hlaing, il quale garantisce, inoltre, che nel paese è in corso il ripristino di una democrazia multipartitica dopo lo svolgimento di elezioni libere ed eque. Al momento, Aung San Suu Kyi, dopo essere stata scarcerata, ha avuto l’obbligo di permanenza ai domiciliari a  Naypyidaw, capitale della Birmania. Sebbene sia un’importante concessione da parte della nuova guida del paese, poiché la detenzione preventiva era prevista sino al 15 del mese corrente, la leader di LND è chiamata a rispondere all’accusa di importazione di walkie talkie dall’esterno, trovati durante una perquisizione della sua residenza, che le costerebbe due anni di carcere.

 ©ANSA/EPA

Numerosi sono stati i Paesi occidentali a richiederne l’immediata liberazione. Joe Biden ha minacciato di imporre sanzioni e tagliare gli aiuti qualora la leader e gli altri imprigionati non vengano immediatamente rilasciati, Londra convoca l’ambasciatore birmano nel Regno Unito, mentre migliaia di cittadini, studenti, professori della Birmania si sono raccolti per le strade in segno di protesta al grido di “rilasciate i nostri leader. Rispettate i nostri voti”

Il golpe ha portato, inoltre, alla nascita di un nuovo Movimento di disobbedienza civile che chiede a gran voce lo stop della dittatura militare, mentre il saluto a tre dita, chiaro richiamo delle proteste presenti nella saga cinematografica The Hunger Games, diviene estremamente popolare.

La sua immagine, ora più che mai, è presente in ogni angolo della Birmania, in risposta la suo appello di resistenza; ma qual è la storia della donna più famosa del sud-est asiatico? Quali controversie si nascondono dietro la sua figura?

La storia di Aung San Suu Kyi

Il suo rapporto con il mondo politico nasce letteralmente con lei, nel 1945. Figlia del generale ed eroe nazionale Aung San, famoso per aver ottenuto l’indipendenza del Myanmar dal Regno Unito, che viene ucciso nel 1947. Dopo un breve soggiorno a Nuova Delhi, si trasferisce nel Regno Unito, dove vi resta per i successivi 28 anni. Nel 1988 fa ritorno a Yangon per accudire la madre gravemente malata. Il Paese ai suoi occhi risulta devastato da 30 anni di dittatura militare e proprio in quel periodo nasce una rivolta di studenti e operai, migliaia sono i morti.

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Contestualmente, Aung San Suu Kyi resta affascinata dal movimento per la democrazia e, sotto richiesta di un gruppo di intellettuali e studenti, diviene la guida del nuovo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia. Nel 1989 dopo aver ottenuto la possibilità di tenere delle vere elezioni, in cui la LND risulta schiacciante vincitrice,  Aung San Suu Kyi è una personalità tanto scomoda da essere condannata ai domiciliari per la prima volta e da allora, sino al 2010, trascorre più di quindici anni in galera divenendo uno dei prigionieri politici più famosi al mondo, tanto da essere investita del premio Nobel per la pace nel 1991.

Solo nel 2010, dunque, con l’indizione delle prime elezioni dopo vent’anni di dittatura, viene liberata e insieme al LND fa il suo rientro in politica, venendo eletta in parlamento nel 2012 e diventando capo dell’opposizione.  

Aung San Suu Kyi al governo

Nel corso del suo mandato, dal 2015, tuttavia, la leader pare aver deluso le speranze riposte in lei. Il processo di democratizzazione ha subito una battuta d’arresto. Internet è continuato ad essere soggetto a censura e la stampa, via via, sempre meno libera. Non vi sono state, dunque, norme concrete il cui scopo fosse eliminare o modificare le leggi oppressive indette dal precedente governo. Ancora più forte è la critica a lei mossa per l’inerzia dimostrata vero la minoranza dei rohngya perseguitati dall’esercito a causa del loro orientamento religioso (sono un popolo di fede islamica che risiede in un Paese prevalentemente buddhista). Dal 2017 decine di migliaia di persone vengono uccise, i diritti violati e le donne stuprate in massa. L’ONU non esita a definire la persecuzione un vero e proprio genocidio.

Suu Kyi, dopo aver ignorato la questione, si trova a sostenere quanto affermato dall’esercito, giustificando tali barbarie come conseguenza a violenze che provenivano anche dalla parte dei rohngya. In Occidente la figura della paladina della democrazia perde tutto il suo fascino, incontrando il vero declino con i fatti dei  rohngya, tanto che l’11 dicembre 2019 si discute per un eventuale ritiro del Nobel che, tuttavia, le viene lasciato.

Nonostante ciò il sud-est asiatico riconosce in lei la stessa eroina che si è battuta per anni per il suo Paese e il suo partito continua a riscuotere enormi successi su larga scala. E seppur la storia paia ripetersi, con Aung San Suu Kyi imprigionata, l’esercito per strada e l’Occidente che chiede a gran voce la scarcerazione, le cose, forse, sono profondamente cambiate. O forse no.

Non è vero, dopotutto che “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”?

Cristina Conversano

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