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A Maria

3 ' di lettura

I nonni. Ma quanto sono preziosi? Guide e dispensatori di perle di saggezza. Pronti ogni volta a coccolarti e viziarti. Impazienti di vederti. Tanto che, appena ritorni nella tua terra natia, uno dei primi caffè te lo devi prendere a casa loro. E quindi, come da rituale, appena arrivata in Abruzzo sono andata a trovare mia nonna Maria. Mentre stavamo parlando, mi ha iniziato a raccontare le sue memorie di quando era una bambina. Lei è nata nel 1940, quando il mondo era immerso nella seconda guerra mondiale. I suoi ricordi pertanto non sono solo un regalo affettivo d’immenso valore per me, sua nipote, ma rappresentano anche una preziosa testimonianza degli avvenimenti di quel periodo. Fortunatamente ho custodito una parte del suo racconto in un’intervista. Dato che domani -il 15 agosto- è il suo onomastico, il mio pezzo lo dedico a lei. Questa è una parte della sua fantastica vita.

Cosa ti ricordi del tuo paese in quei tempi?
C’erano i tedeschi in paese. Erano in un locale davanti casa nostra, dove tenevano anche i cavalli. Ci cucinavano lì. Di notte facevano razzie di alimenti ovunque e di giorno cuocevano quello che avevano trovato. I tedeschi erano cattivi. Non importunavano le donne ma rapivano tutti gli uomini perché li dovevano mandare in guerra. Andavano sempre in giro, per le strade e le case, portando con loro fucili e camion aperti dietro per prendere reclute da mandare al fronte. Fecero un massacro. Gli uomini scappavano e si nascondevano per non essere catturati. Alcuni una volta si nascosero anche nella nostra soffitta, in un baule vuoto. E i tedeschi ci si sedettero pure sopra.

Che ricordi hai legati a tuo padre in guerra?
Mio padre è partito per la guerra quando io avevo quattro mesi ed è tornato quando io ne avevo otto. Di conseguenza è stato otto anni in guerra. In Albania, in Grecia. Dove serviva. E non aveva niente da mangiare. Faceva l’elemosina. Una volta, mi sembra quando era in Russia, gli capitò di vedere una bella casa da lontano. Quindi suonò per chiedere un po’ di cibo. Il proprietario lo scacciò e gli sguinzagliò contro i cani per farlo scappare. Non gli diede nulla. Per fortuna trovò alcune bucce di patata vicino a un cassonetto e se le mangiò. Non aveva assolutamente niente. Poi scorse da lontano una casetta con una luce piccola, simile a un lume che ardeva. Bussò e la porta si aprì. Mio padre vide che in quell’abitazione c’era una famiglia povera composta anche da 2/3 bambini scalzi e con i vestiti stracciati. Allora inizialmente non voleva dare disturbo. Venne però accolto a braccia aperte. Quelle persone gli dissero che stavano preparando una sorta di crescetta -che era simile ad una pizza e si cucinava con la cenere bollente. Gliene offrirono un pezzo, insieme a un bicchiere di vino. Mio padre ne è stato molto riconoscente. Tanto che, una volta tornato a casa, non si tirava mai indietro se qualcuno veniva a fare elemosina da noi. Diceva che non si deve mai scacciare una persona che chiede una mano, perché probabilmente ne ha bisogno. E riportava come esempio questo fatto.

E di quando è tornato?
Papà prese l’ultimo sbarco dalla Grecia per tornare in Italia. Gli altri soldati italiani non presenti su quell’imbarcazione rimasero in Grecia e formarono nuove famiglie. Mio padre invece fu chiamato per rientrare in patria. Scese dal treno a Roseto, dove incontrò un signore alla stazione a cui chiese indicazioni. Parlando i due scoprirono che quest’ultimo era lo zio di papà e che quel giorno si sarebbe celebrato anche il matrimonio di mio zio parterno. Allora mio padre andò a casa di suo zio per lavarsi e vestirsi. Era pieno di pidocchi. Poi andarono insieme al matrimonio. Noi siamo state avvertite del suo ritorno quel giorno stesso da una signora del nostro paese. Eravamo completamente ignare di tutto, tanto che stavamo mangiando quando lo venimmo a sapere. Mia madre però si sentiva che il marito sarebbe tornato e quel giorno pulì l’intera casa. Mamma quando lo seppe impazzì e lo disse a tutti. Papà tornò la sera insieme agli sposi. Al piazzale sotto la nostra abitazione non ci si entrava. Tutti si erano radunati per salutare i novelli sposi e mio padre, tornato dalla guerra dopo 8 anni.

Ultima domanda: in quei tempi che mangiavate?
Non c’era niente da mangiare. Mia madre andava in campagna per raccogliere il grano, che poi veniva macinato. C’era anche l’estratto. Per fare il sugo non avevamo le tecniche di adesso, con le bottiglie. I pomodori si raggruppavano in un recipiente di legno e si lasciavano seccare al sole. Così ottenevi l’estratto. Eravamo senza soldi. Ci si doveva arrangiare. Gli uomini erano in guerra e nessuno tornava. Gli anziani non prendevano neanche la pensione. Per comprare un po’ di alimenti servivano i buoni, che il comune forniva. Così potevi prendere un po’ di spaghetti. Se avevi qualcosa, ti sfamavi. Altrimenti niente. Non era come ora. Prima si pesava mezzo chilo di spaghetti e la pasta si avvolgeva nella carta. Mia suocera aveva un negozio di alimentari dove si vendeva l’estratto, il caffè e un po’ di maccheroni. Basta. Non c’era neanche il parmigiano.

Storie come questa fanno venire i brividi. Sanno di antico, di prezioso. Di cuori che sanno soffrire dignitosamente ed esplodere per la felicità. Sicuramente sono distanti dall’indifferenza moraviana che cerca di impossessarsi della nostra società attuale, persa dietro uno schermo per immobilizzare un tramonto. Certamente, siamo avanzati ed evoluti -anche in molte lotte sociali importanti come il razzismo e il femminismo. Ma sarebbe bello poter rivalutare l’importanza di assaporare il tramonto con gli occhi.

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